Il canto di una maga

Allora il cavaliere scese da cavallo e guardò verso il villaggio.

La maga gli aveva cantato delle canzoni e lui le ripeteva tra sé e sé. Anche il cavallo sembrava più contento nel sentire quelle strofe così belle.
Il cavaliere tolse l’elmo e slacciò la cintura che gli legava la spada al fianco, guardò verso il villaggio, ma il falò scaldava e illuminava la radura, la luna colorava le rade nuvole, allora tolse la sella e la mise accanto al falò. La notte l’avrebbe passata lì, lontano dal villaggio che sentiva straniero, che sapeva di malefici e d’oblio.

 

Prese il liuto e cantò quei canti che la maga gli aveva insegnato. Quella musica era magia che liberava l’animo e trasmutava il gelo del cuore in caldo coraggio. Sorrideva il cavaliere, cantava e si scaldava al fuoco del falò, si sentiva più forte col liuto che con la spada.

Sorrideva e si scaldava col ricordo di lei che con quel canto appariva più bella e più vicina. Il cavallo brucava soffiava sull’erba e guardava il cavaliere. Non so cosa pensasse il cavallo, ma ogni tanto alzava il capo, guardava fisso l’uomo che suonava il liuto davanti al falò poi col naso sospirava come a dire “sono con te mi piace questa canzone”.

Che strani animali i cavalli. Il cavaliere gli posò una coperta sulla groppa e poi con un’altra coprì se stesso e si addormentò. Al mattino lo avrebbe aspettato un villaggio ostile, ma ora c’era la luna, il falò e il canto di una maga.

Ora c’era il pensiero di lei che presto avrebbe abbracciato, ora c’era il suo cavallo che mentre dormiva piano si fece vicino e col naso, sospirando, il viso gli scaldava.

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