Donne libere in libertà
Il volo
progetti
Disebocchio
Il Disebocchio è un gioco di parole, non esiste in nessun vocabolario. È una invenzione semplice, una semplice invenzione. L’unione di due parole la prima fa pensare al bello, al ben definito, a tutto ciò che da piacere allo sguardo. L’altra invece…. È il non definito, è la cosa incompleta, forse sbagliata; groviglio di linee che importunano un bel foglio che poco prima era bianco, immacolato. Raramente lo Scarabocchio è premessa del Disegno. Per questa fase preparatoria, in genere, si usa un termine che sa di modernità: “Schizzo” oppure più nobile “Bozzetto” che è già per sua natura e suono della parola gentile, simpatico, piccolo germoglio di un qualcosa che fin dalle premesse si figura bello. Quasi un bebè grassottello, il bozzetto, con il viso da pubblicità, che agli occhi di chi lo guarda con ammirazione, appare subito per un personaggio da copertina patinata. Orgoglio di papi, mami e parentado. Ah ma lo Scarabocchio! Lo Scarabocchiooo!!! È la pecora nera della famiglia, il figlio degenere quello che si definisce: carino, mai bello. Al massimo, ma proprio al massimo: un tipo. Non viene mai l’istinto, a chi lo guarda, di prenderlo in mano, o in braccio, se non per slancio di solidarietà o di religiosa pietà. È il parente da non invitare ai matrimoni è quello che non cresce e non crepa. Di lui si parla sottovoce, ridacchiando sarcasticamente appena usciti da casa. Il protagonista delle battute esilaranti. I genitori fanno buon viso a cattivo gioco, vanno avanti sostenendo il giogo che il destino gli ha voluto affibbiare. Lo Scarabocchio… essere informe da nascondere nei campanili di Notre Dame. O è un fare spontaneo di un bimbo molto, molto piccolo allora sì, si può anche incorniciare, a patto però che sia preludio di una produzione artistica. Magari un bel disegno che raffiguri il babbo, ma se non allieta l’occhio… Ah beh allora è da aborrire, si accartoccia, appallottolato ben stretto e si butta via.
Il Disegno e lo Scarabocchio: due fratelli, figli dello stesso padre e della stessa madre, ma così diversi… Tanto diversi, troppo diversi. Il papà, guardandoli, non può che osservare poi la gentil consorte con perplessità e vago sospetto…
Dello scarabocchio o si parla in termini tecnici, psichiatrici, psicologici, pedagogici o lo s’ignora.
Lo Scarabocchio può essere indicativo della prima espressione della creatività dei bimbi da uno a tre anni, ma poi la psicologia predilige il disegno per rendere evidente la personalità del bambino. Il vocabolario sentenzia: singolare maschile: 1 Macchia d’inchiostro o segno indecifrabile tracciato sulla carta: un quaderno pieno di scarabocchi; questa firma è uno s./ estens. Disegno malfatto. 2 figurato Di persona piccola di statura e mal fatta: come ha fatto a sposare quello s.? I sinonimi, se possibile, rincarano addirittura la dose: sgorbio, opera di pochissimo valore, scrittura illeggibile, aborto, imbratto, segnaccio, frego, arzigogolo, ghirigoro, sbavatura, disegno informe, ragionamento contorto…. Già il suono risulta strano: Scarab… Scaraf… Scatar…. Quando la fonetica ha dato valore ai termini onomatopeici, ha sicuramente messo al bando tutti quelli che all’inizio cominciano per SCR, le vocali in mezzo risultano nulle o costrette a fare il gioco di queste donnacce pettegole e rumorose. Volete mettere il suono di una A o di un AE o AO o AA a confronto con: SCR, TRR, STRR. Il destino di certi termini si vede come le giornate all’alba, dalle iniziali. Lo Scarabocchio è da Scaricare quasi fosse materiale escrementizio, da gettare lontano o nascondere nel water. “Tira la catena che mi sono liberato di una Scarica fetente che tenevo nella pancia da ieri sera”. Quel tizio si voltò, prese ben bene la mira e Scatarrò in faccia all’altro che lo insultava. Giuda ISCariota aveva il destino segnato nel cognome. Giuda Taddeo invece non poteva che aspettarsi gloria, una bella novella e un ricco reliquiario. Le scienze naturali poi non depongono certo a favore, macché… tutt’altro… lo scarafaggio è da tenere lontano, da schiacciare, lo scarabeo temuto e quasi sacro, da guardare comunque da lontano, lo stercorario poi…Beh non mi dilungherei su ciò che trasporta e sulla varietà della sua dieta… Lo scarafone… sì, ma è da compatire, d’altra parte, è bello solo a mamma sua. E poi vogliamo mettere questa colonna infame con la grazia delle libellule? Con la bellezza e la leggiadria delle farfalle? Colore e simmetria. Mica sono insetti questi. Cioè sì, sono insetti, ma insetto lo avviciniamo più allo scorpione, allo scarafaggio. La bellezza, siam tutti d’accordo è al femminile. Ce la vedete voi una libellula che si sente apostrofata da uno scarabeo volante: “Bada a come parli eh Insetto!” Lei risponderebbe: “Ma si guardi allo specchio, insetto sarà lei; io per sua informazione sono della famiglia degli Odonati”. La farfalla poi… Sì è vero, è stata bruco prima e crisalide poi, ma si può darle dell’insetto….Via su! La farfalla simbolo di beltà e dell’anima che s’innalza dalla materia umana informe e peccatrice. Quante serate ci ha risolto, a noi maschietti, la collezione di farfalle nella parete della camera da letto? La farfalla è della nobile famiglia dei lepidotteri… Eh vuoi mettere? Immaginate due suocere al parrucchiere: “Ah mia figlia sventurata, mi creda, ha per marito un insetto che povera figlia mia… peggio non poteva capitare” E l’altra “ Ma non mi dica… la mia ha preso un lepidottero, così bello e a modo! Gestisce una catena di boutique d’abbigliamento griffato…”. Anche l’arte, nelle sue molteplici espressioni, non aiuta il nostro campione. La figura, il disegnato, i modelli classici presi a simbolo la fanno da padrone…. Nell’arte moderna e contemporanea sì si può trovare qualcosa … Ma chiamare scarabocchi alcuni studi grafici d’autori che hanno scritto pagine importanti della Storia delle Arti Visive beh….Ci vuole coraggio.
In effetti, Picasso, Klee, Pollock, Kandinskij, Dufy o altri maestri protagonisti dell’arte moderna scelsero di analizzare il segno, il tratto, la linea, lo spazio, gli enti grafici, liberandoli, con la magia della fantasia dalle maniere delle accademie e dalle etichette dei committenti. giocarono con figure, spazi e vedute del tutto nuove. Presero il colore: lo spruzzarono, lo colarono, lo gettarono sul supporto fino a farlo divenire materia vibrante che diede voce e forma all’invisibilità delle emozioni. No, non si può certo sostenere che questi abbiano scarabocchiato o preso lo scarabocchio come modello.
Se tutto ciò fosse un processo, l’imputato sarebbe sicuramente condannato e senza nessuna attenuante. La vita è una ruota che gira cari signori, salite sulla giostra, ma per lo scarabocchio niente da fare… resti pure a terra.
Però, in effetti, cosa fa la mano con in mano una matita e un foglio qualsiasi; tutti abbiamo ceduto alla tentazione. Pollice, indice e medio stringono il gambo dell’amica, matita prima con delicatezza, poi con decisione. Abbiamo cercato l’angolo del giornale libero dai caratteri della stampa, il retro dello scontrino, della guida telefonica e abbiamo lasciato una traccia, un segno che ci riguardava. Senza consapevolezza, senza pensare al risultato della nostra performance. Abbiamo agito con coraggio e anche se non capivamo ciò che avevamo dentro ha detto la sua.
Sì, sì lo so, molti di noi erano nell’ambulatorio medico, dal parrucchiere, aspettando il conto, o in qualche divano solitario, un angolo della nostra casa, in una camerata di un collegio, in un letto sudato d’ospedale o in camera nostra dove in compagnia di noi stessi ci pettinavamo i pensieri. La musica scorreva e la nostalgia scioglieva l’iceberg, poi la mano prendeva la penna e scriveva o lasciava che la linea fissasse ciò che a parole non avremmo saputo spiegare… Gli occhi vedevano le linee scorrere, ma guardavano altre cose: un volto amato, odiato, si sentiva la nostalgia, il rancore, il gusto amaro del rimpianto. La malinconia, la rabbia, la speranza, la libertà, la disperazione che grandi muse… Lo scarabocchio, tutto sommato non é poi così male, non è quel bastardo impertinente che ci fa sfigurare. Può essere anche un modo straordinario per dar voce a ciò che sento dentro, o meglio a ciò che non sento più o che sento male… Prendo una matita, un foglio e giù a rotta di collo. E che mi frega, mica devo diventar Picasso due, far mostre o apparire in grandi gallerie. Ho altri progetti io. Beh ne avevo almeno… li ho messi in un cassetto, ma momentaneamente. E se lo scarabocchiare fosse la chiave per aprirlo quel dannato cassetto? Se il provare ad urlare con foglio e matite fosse un modo per scatenarsi? Per non avere più paura o per averne ed essere, finalmente un po’ prudente? Se lascio libero il pensiero socchiudo gli occhi e lascio che ciò che sento e non vedo finalmente diventi visibile? Che linea ha la paura? Che tratti ha la rabbia? E il dolore che forma avrà? Come è la mia emozione più ripetuta? Che linnee avrà…è come la tua? Sono un isola, un naufrago su di una spiaggia deserta e desolata o non ho fatto altro che non guardare i ponti che potevo lanciare alle isole vicine. E se il mio urlo potesse diventare come un faro perché altri naufraghi abbiano la forza tornare naviganti? Perché non provare che ho da perdere in fondo? Prendo una matita un pezzaccio di carta e vado. Cioè: e provo. Si vive una volta sola quindi potrò tentare o no? Ne avrò il diritto e che cavolo.
Il segno, il tratto, la linea, il segno che segna. Qui calco un po’ di più, ora sfumo con le dita. Poi salgo fino al bordo del foglio. Sento la penna più dura. Ora scendo, verticale. Linea curvilinea, dolce, colline e mare. Linea spezzata nervosa e veloce, denti aguzzi e affilati. Groviglio, gomitolo oscuro, groppo che stringe la gola e lo stomaco che ti fa vomitare o aver fame. E poi le forme: il triangolo, col vertice in su: sicuro, stabile, perfetto, ideale da seguire con slancio e determinazione. Ma col vertice in giù, boiaccia miseria allora è violenza è blocco, ma se lo coloro di nero e lo sfumo è anche un pube, sì meglio un bel pube alla Courbet. Ora il quadrato. Bello, perfetto. Quattro angoli e quattro lati uguali, la casa, la stabilità, rocca inespugnabile. Poi lo spingo in alto e diventa un rombo, stupendo, ma quanti spigoli pungenti e ora come lo reggo. Ci aggiungo un filo e aspetto il vento, mi giro e vai! Un aquilone. Vola, vola alto su… poi ti faccio più grande, mi lego il filo ai fianchi e vengo con te… ma sii, ma chi se ne frega. Ora il cerchio. Non è facile il cerchio, un compasso ecco sì, meglio. Bello il cerchio, tondo, tondo, completo, senza inizio né fine. Mi rigenero col cerchio, vado oltre lo spazio senza navicella. Pianeti, stelle, astri. Culotto bello disegnato, Bolla di sapone trasparente e variopinta finita e infinita. Ah sì, bella figura il cerchio.
Ora i colori, i primari. No non quelli col camice bianco, lo stetoscopio e il codazzo di dottorucce e infermiere. Basta ospedali. I primari: il rosso, ma che sia magenta. Il giallo, ma che sia bello, limone e il blu, non l’oltremare, lo prendo dopo quello dammi il ciano o il cyan se preferisci. Ecco ah i colori. Acqua e pennello, piano che si senta la punta delle setole che sfiorano la crema del rosso. Ora l’acqua, poca così. Faccio una pappetta come quando ero bimbo con il fango del ruscello. Sulla carta una bella linea rossa, la passione, la voluttà, l’amore che diventa carezza, che scalda la pelle infreddolita. L’amore che fa gioire e cantare senza un perché, o forse per un unico perché, tutto nostro senza spiegazioni. Ora il Blu, il celeste va in alto il blu in basso, è sempre così: mare e cielo. Il blu, profondo e sconfinato, quello delle notti buie, il blu la serenità del nero. Così intenso, ti vai a nascondere negli scantinati più bui dell’anima e li rendi luminosi, affascinanti da riscoprire. Elegante e misterioso, magico. Maglione morbido che risalta il colletto bianco. Notte senza stelle, notte solitaria fredda senza rifugio, senza amici. Ora il Giallo caldo, luminoso, sacro. Il giallo è diverso, ha un carattere che non saprei definire. Dolce pulcino e oro prezioso, oriunda donna che scalda i pensieri, aurea differenza tra umano e divino. Ora pulisco il pennello, cambio l’acqua e mischio. Mischiare, unire. Rompere un ordine e crearne un altro completamente diverso, come farebbero due persone che si conoscono o che si amano. Giallo e blu: il verde. Verde, grano a primavera, meraviglioso scenario per papaveri e fiordalisi. Il bosco misterioso e poetico, il verde profumato della campagna. Verde libero e liberante, positivo. Erba da correre a perdifiato, da rotolarsi in lotte giovanili, sputi e sangue. Il verde fatto per sdraiarsi e per baciare. Basta troppo rosa ‘sta parte. Rosso e giallo: Arancio, allegro e chiassoso. L’estate, il tramonto dietro i colli scuriti dalla luce, le nubi cangianti cariche di sabbia. L’arancio dei frutti aspri e del caldo. L’arancio dell’evidenza e dell’attenzione. L’arancio signorile delle rose, dispettoso degli insetti. Il Viola: rosso e blu, mistico e compatto fai pensare all’oriente. Ti passo puro e sei serio, quasi tetro. Ti sfumo col rosso e col giallo e sai di festa, d’antico e di prezioso. Amore e libertà passione e cielo insieme. Sei la notte profumata delle candele in una stanza romantica. Sei l’essenza lontana che evoca ricordi e scioglie i cuori. Il viola.
Segno, forma e colore: i connotati dell’espressività, dell’emozione, della creatività, i segni dei ricordi d’ogni evento, passato, vissuto, in cui si rifugiano i ricordi da raccontare anche solo a noi stessi. Segno forma e colore i lineamenti dell’anima dello Scarabocchio, del Disebocchio di questo progetto. Il Disebocchio è un gioco, è un voler dare un volto a ciò che non ha ne forma né immagine, è un voler dar voce a ciò che non ha parole. È un dar anima all’inanimato. È un tentativo come ce ne sono tanti.
È nato intorno ai banchi di una scuola superiore parlando con i ragazzi annoiati, superstiti di un’ennesima periodica occupazione. Cercavo Spunti, argomenti per rendere quantomeno serene e didattiche quelle due ore, ma poi si naufragò su come superare l’esame di Storia dell’Arte. Le opere dei grandi artisti, si diceva, possono essere lette in tanti modi: si può parlare della biografia dell’artista, del soggetto dipinto, scorgendo anche i più piccoli particolari, raccontare del committente e della situazione storica sociale in cui il dipinto è stato creato. Si può, poi, completare aggiungendo curiosità e aneddoti della vita dell’artista o delle peripezie che l’opera ha subito. Ineccepibile. Certo il programma annuale, se si parlasse di una sola opera per ogni artista, in questo modo, sarebbe davvero povero di argomenti visto il monte ore che viene assegnato alla storia dell’arte nella scuola italiana, ma il percorso pensato era indiscutibile. Non c’era null’altro da dire e la conversazione languiva, il silenzio pesantissimo. Pensai che tempo addietro avevo studiato la “geometria segreta” dei pittori, letto libri e sostenuto esami. Presi una figura di un opera classica dal libro di testo, un foglio di carta trasparente, matita e cominciai, con quei pochi ragazzi seduti intorno alla cattedra, a disegnare evidenziando la struttura portante dell’opera. Per struttura portante s’intende il disegnato che evidenzia la costruzione del soggetto dipinto, è la linea interna che non ha molto a che fare con il disegno effettuato dall’artista. È lo schema compositivo, una sorta di scheletro del dipinto, l’impianto invisibile che sostiene la figura. Poche linee che riassumono, movimento e forma. Quando si toglie il foglio trasparente dalla foto dell’opera, ciò che si vede è sorprendente: uno scarabocchio in effetti, ma elegante pieno di fascino e con i medesimi connotati di bellezza del suo soggetto, però più misterioso e divertente perché solo se si conosce il procedimento si può risalire ad accomunare, logicamente, il grafico della struttura all’opera che la conteneva. I ragazzi sono più agili di noi adulti, bastò un’occhiata, un sorriso d’intesa e si misero all’opera anche loro. Li vedevo attivi e sorridenti. In breve sopra la cattedra avevo foto d’opere e linee armoniche su carta trasparente. Che farne ora? Si cercò di leggere le strutture portanti estrapolate: slancio, dinamismo, plasticità, equilibrio, drammaticità, passato e futuro, leggerezza, verticalità, armonia, carattere, reciprocità, forza e altre.
Qualcuno prese i pastelli e cominciò a colorare le superfici chiuse tra le linee. Piccoli alveoli che si vestirono di colore assumendo carattere, ma non bastava. Nelle lezioni successive si provò ancora. Bisognava dare un significato a quelle linee, secche e poco espressive. Certo un bel passo si era fatto, le opere d’arte risultavano ora più leggere, vicine, quasi amiche. Si capivano le spaziature delle masse cromatiche, le zone d’ombra, i contrappesi, le invenzioni che il genio dell’artista aveva creato affinché la sua immagine avesse avuto parola. Si capiva lo spazio dipinto, la prospettiva empirica da quella immaginaria. Si leggeva chiaro il modulo cioè la caratteristica compositiva dell’opera d’arte. Come una musica e il suo spartito. Navigavamo in un mondo bellissimo. Le linee prendevano nome e davano un significato alle sensazioni che ora, chiare, scaturivano dall’opera. I dipinti avevano emozioni da scambiare, non erano mute, tutt’altro, eravamo noi piuttosto ad essere stati sordi e ciechi indifferenti.
Era importante, a questo punto, leggere anche lo spazio in cui i soggetti delle opere erano immersi. Dare un bordo, non per limitare, ma per identificare l’universo stesso dell’opera. I nove mesi di un anno scolastico passano veloci e due ore di lezione, per classe, a settimana sono davvero poche. Ragionai di questi esperimenti con Giorgio, architetto amico e collega e poi con i ragazzi di un quinto anno. Cominciammo ad analizzare le forme geometriche piane. Il quadrato, il triangolo, il cerchio, l’ovale, il rombo. E le loro strutture, ancora dentro la figura, il suo scheletro, l’anima. Il Quadrato, mediane e diagonali. Quattro triangoli isosceli senza le mediane, ma con queste diventano otto e le possibilità infinite. Otto triangoli retti ed isosceli con un vertice unico per tutti al centro del quadrato, un cateto e l’ipotenusa da condividere con quello che è accanto. Col quadrato non si scherza o si ha uno spirito di reciprocità e comunitario o addio regolarità della figura. Niente egoismi dentro il quadrato, ma massima condivisone altrimenti il sistema cade. Se ne prendo uno solo di questi triangoli e poi lo ribalto di centottanta gradi una volta facendo perno sul cateto e la successiva sull’ipotenusa, per sette volte, ottengo di nuovo il quadrato. Ribaltare, cambiare, rovesciare. Il quadrato nella costruzione dell’aurea proporzione, si chiama gnomone, deriva dal greco, nell’etimologia significa conoscitore ed è per questo che così si è chiamata l’asticella che misura la distanza del sole dall’orizzonte. Il sole, la luce della conoscenza. Il quadrato è il luogo della conoscenza, gnosi, gnomo, ma questa è un’altra storia. Proviamo il cerchio. Col cerchio si è più tranquilli, un buon compasso, bello lucido, sicuro. Di quelli con la ghiera al centro e la rotellina che scorre tra i polpastrelli. Eccolo qua il cerchio, diametri, raggi; quattro triangoli con una linea curva: un mirino. Che schifo, mirino arma guerra, caccia, che palle. Andiamo ancora dentro la figura. Se unisco i diametri ottengo un rombo, un quadrato poggiato in equilibrio sull’angolo. Se ora inserisco le mediane e le faccio arrivare alla circonferenza, ho sedici spazi: quattro lune divise a metà e otto triangoli che spaziano il rombo-quadrato. Anche in questo caso tutto si può chiudere o aprire rivoluzionando le figure e ogni singolo modulo. Il cerchio con i suoi schemi, un fiore senza tempo né stagioni come certe canzoni.
Il triangolo può essere sghembo, scaleno, libero e allegro, anarchico lo scaleno, un menestrello che rompe gli schemi e palle e fa sospirare di sollievo. Oppure isoscele e acuto. Col vertice alto, alto, un abete ben potato, un triste cipresso, un indice ad indicare il bordo del foglio ed oltre. Basso, dorato, barocco, divino e maestoso. Col vertice in basso: è jugula, demoniaco, muso di capra, freccia da scoccare perché possa, almeno, ferire; direzione da scegliere senza remore. Equilatero: giusto ed equilibrato, piramide dalla sfinge veduta, prisma ottico visto dall’alto, imbuto rovesciato messo ad asciugare dopo aver travasato vino. Il triangolo è unico, come il giallo. Non ha centro il presuntuoso, lui ha l’ortocentro, non ha lati, ma cateti e le mediane…nell’equilatero sono altezze e bisettrici. Il triangolo non si deforma e qualsiasi elaborazione che da lui parte a lui rassomiglia.
Triangolo, Cerchio e Quadrato ora hanno i loro spazi interni, antri e labirinti, moduli e sottomoduli, piccole figure contenute da una più grande che può espandersi all’infinito. Figure simmetriche, equilibrate finché mano non le sfiora, allora vibrano libere e bizzarre. Finestre che incorniciano i paesaggi del cuore e della mente. Finestre Sì, ma per ora se si guarda si vedono solo il bianco del foglio, campi di neve, i cieli del nord, pareti bianche.
Misi una modulo della struttura del quadrato a inglobare una porzione delle linee che costituivano la struttura portante e ribaltai il modulo fino a riempire l’intera figura. Il risultato era entusiasmante. Dopo provarono gli allievi, ognuno la sua figura, la sua porzione di struttura e cominciarono a muovere i moduli intorno a diametri, diagonali, cateti.
I ragazzi si scoprivano capaci di creare, di leggere dentro una immagine celebre e da questa crearne un’altra con le proprie mani. Non era necessario possedere doti di disegnatore o estro artistico. Bisognava solo buttarsi con un poco di coraggio e capire il meccanismo.
Li vedevo soddisfatti e allegri. Probabilmente nessuno, pensavo, diventerà un nome nell’arte figurativa, medici, uomini di legge, finanzieri, ingegneri, o forse chissà… Mi basterebbe incontrarli un giorno lontano e riconoscere in loro delle persone capaci di vivere la vita da protagonisti. Per ora si ricreavano nella creatività, poi il viaggio della vita gli avrebbe, presto, cambiato lo scenario ad ognuno, come lo cambia a tutti. Passa veloce un anno scolastico, veloce come la giovinezza.
Basta con questo grigio melanconia, ora so no di scena i colori. Ordinammo i pastelli dal giallo al verde acqua, caldi, freddi, tiepidi. Li numerammo con la biro pigiando sulla lacca che lucida la balza. Poi i numeri presero il posto degli spazi infine la magia i colori spodestarono i numeri e diedero vita alle forme che risultavano simmetriche, speculari, ma soprattutto armoniche come l’opera d’arte da cui si era partiti.
Molti ragazzi lavorarono a casa qualcuno tornò alla lezione successiva con più materiali e idee. Ma la cosa che aveva dell’incredibile e insieme mi dava un senso di soddisfazione era vedere i più svogliati, i meno volenterosi, quelli sempre in bilico, applicarsi con la stessa passione dei primi della classe. I risultati erano incoraggianti. In seguito s’ingrandirono i disegni colorati e si trasportarono su lenzuola, opportunamente preparate, portati da casa e su tele già predisposte.
Verso la fine del secondo quadrimestre si provò a dare forma alle emozioni, ai sentimenti, alle suggestioni incomparabili che da una canzone, un brano musicale fra tanti. Si lessero i testi d’autori inglesi, cercando di dare con le linee e i colori un senso alla sensazione che si provava. I ragazzi si aprivano, mostrando la capacità di emozionarsi, di percepire il sentimento trasportato da una frase o da un pezzo strumentale. L’indifferenza li aveva poi scalfiti non più di tanto. Qualcuno prese un dipinto famoso e lo riprodusse ritraendosi all’interno del quadro. Altri diedero colore alle note, un do ha un tono e una tonalità diversa da un sì e un re può avere una tonalità completamente differente da un sì bemolle o un sol. Ma gli allievi che si esercitavano anche alla scuola di musica su questi argomenti avevano una dimestichezza sulla musica, che mi lasciava incantato, mi limitavo soltanto ad incoraggiarli, e a vincere quella sorta di timore che prende un po’ tutti quando si deve fare qualcosa di nuovo. Soprattutto quando questo qualcosa di nuovo ci porta a rompere con un segno un foglio bianco. Ma se alla vita gli togliamo le emozioni cosa ci rimane? Cosa insegneremo a questi giovani uomini e donne fredde nozioni o mezzi per essere almeno sereni?
Ciò che, in effetti, sembra avere valore, in quest’inizio d’era, è il possedere i simboli del potere, del “potere d’acquisto”. Esisti se puoi comprare, conti se hai contante, se puoi soddisfare ogni tua brama d’effimero altrimenti sei out. L’immagine invisibile delle emozioni, l’inconscio, la prosopon, la persona interiore, l’anima, tutto questo sta, progressivamente, perdendo valore perché non può né essere venduto né, per sua conformazione, essere un efficace veicolo di compravendita. Esisti se puoi apparire se hai qualcosa di appariscente da mostrare e vendere, meglio se possiedi un look di tendenza, se sai essere sensazionale, vale a dire se puoi appagare i sensi senza badare troppo alle emozioni, ai sentimenti che provengono, dall’animo. Per quelle grida che arrivano da “dentro” c’è un vasto “pillolario” per renderle mute e indolori.
I nuovi modelli da imitare, eroi medianici con il carisma, preso in prestito da “mastro lindo”, li vediamo in testi dai titoli dai titoli inquietanti come: i “Reality Show”, dove il merito va al più sadico e a chi sa meglio spogliarsi davanti agli occhi di una telecamera. Le conseguenze di questa filosofia dell’apparire, sono redatti per lo più dalla cronaca scandalistica e nera. La società si comporta come sempre: madre snaturata che ripudia i figli che lei stessa partorisce. La solitudine dilaga, bullismo, mobbig, indifferenza, depressione fin dalla preadolescenza, ricerca dello sballo estremo, incapacità di sopravvivere ai dispiaceri e di superare con sistematicità i problemi.
Ma come ogni storia anche questa ha un rovescio, bizzarro e contrario: i giovani hanno anche una gran voglia di sapere, di scoprire e di conoscere. Le nuove generazioni hanno mantenuto quella curiosità, antica che ha portato gli antenati a scoprirsi uomini capaci di scrutare il mondo e di dare risposte a ciò che un tempo sembrava non averne. La curiosità, il desiderio antico di conoscere… Una sorta d’interruttore dell’anima che non aspetta altro che il mondo degli adulti possa fermarsi, accorgersi e decidere finalmente, di accendere.
Un tempo, il sapere in genere, la storia, si tramandava tramite la “tradizione orale”: il raccontare affinché l’individuo e la comunità potessero percepire e fare memoria. Le storie erano narrate soprattutto dagli anziani, dai mercanti o dai giovani viandanti che tornavano dai viaggi di scambio o dalle battaglie. Il loro affabulare permetteva la conoscenza di luoghi lontani e misteriosi, fiorivano le mitologie. La fantasia e l’immaginazione correvano, aprivano i cuori e decoravano la grotta, i muri della casa o quelli della chiesa. Nasceva la Istoria.
Gli osservatori sociali, esperti in materia di comunicazione, di psico-sociologia, di comportamento, i quali redigono le moderne tendenze, avvertono che le nuove generazioni, ma non solo, mostrano un bisogno evidente, di riscoprire il senso della favola, del racconto e di cibarsi di quella fantasia che solo la magia dell’affabulazione può generare.
Tutto ciò che è preposto, in ogni società civile alla cultura, all’istruzione, alla famiglia, alla comunità, alla formazione dei futuri cittadini, dovrebbe tener conto che un mezzo efficace per rompere il perverso, giogo del consumismo che si ciba di compratori disabituati a pensare col cuore e con la mente, è anche quello di tornare ad alimentare la curiosità fin dalle prime esperienze scolastiche. Lo scopo d’ogni genitore educatore insegnante ecc. è di educare la persona al concetto strutturale che regola il gioco della conoscenza e della cultura. L’obiettivo del Disebocchio, è stato ed è quello di ritornare a giocare insieme per scoprire il cuore e la mente e raccontare ciò che si è incontrato lungo questo straordinario viaggio che è la Vita.
Altri progetti
Donne libere in libertàIl volo


